La Rocca di Colleluna

Sentendo nominare Terni come “città dell’amore” si potrebbe pensare ad una città tranquilla, dove regna l’amore fraterno; leggendo le antiche riformante e le memorie storiche, invece, ci si rende conto che non fu una città tanto tranquilla, infatti dovette subire diverse volte la distruzione e combattere aspre e sanguinose battaglie. Quest’ultime non solo contro le popolazioni straniere o vicine ma anche tra gli stessi ternani. Nel periodo delle controversie tra Guelfi e Ghibellini,  i cittadini schierati con il Papa cercavano di cacciare via a mano armata i loro concittadini schierati con l’imperatore e viceversa. Ludovico Silvestri, nel libro Memorie storiche tratte dalle Riformanze di Terni, ricorda così ricorda queste vicende:

 

«Così con sanguinoso avvicendamento
si massacravano allora a furore i fratelli d’una stessa città
e fors’anco d’una stessa famiglia!»

Per difendere la città e quindi controllare gli accessi viari verso Terni, si provvide ad innalzare nelle alture che circondavano la conca ternana, delle fortificazioni con strutture più o meno complesse: da semplici torri di avvistamento fino a solide ed inespugnabili fortezze. Di queste fortificazioni oggi rimangono solo alcuni resti che, se non si provvede ad un loro restauro e/o recupero, presto non ne rimarrà alcuna traccia.

Una di queste fortificazioni che rischia di scomparire è la Rocca Di Colleluna.

Con la sua posizione privilegiata rispetto alla conca, leggermente decentrata vero Nord-Ovest con una visuale libera a 360°, era impossibile che Colleluna non fosse sfruttato come sito per una fortificazione a difesa della città: da qui si aveva il controllo sul fiume, sulla Flaminia, sulla strada per Cesi e Sangemini. I resti della rocca che oggi sono lasciati li, all’incuria del tempo, non fanno di certo immaginare l’aspetto poderoso di questa fortificazione. Al giorno d’oggi infatti rimangono solo i resti di una torre ottagonale e parte di una torre a pianta circolare.

Leggendo però le memorie storiche si può tentare di ricostruire l’aspetto della rocca, teatro di sanguinose battaglie combattute dai ternani. Costruita nell’epoca medievale (anche se probabilmente già all’epoca romana esisteva un avamposto di guardia), si legge che la torre circolare era alta più di trentacinque metri e presentava un circonferenza di una trentina di metri di diametro.

 

Nel vestibolo al pianterreno si apriva un profondissimo trabocchetto (una sorta di pozzo) che portava a dei locali sotterranei come prigioni, casematte e nascondigli, illuminati da dei fori trasversali praticati sulle pareti. Questi locali erano in comunicazione con la casa del castellano, situata vicino alla rocca, grazie ad lungo viadotto sotterraneo che proseguiva poi fino al centro della città, in piazza della Repubblica. La porta di ingresso, a tutto sesto con gli stipiti formati con quadrelli di pietra sponga, si apriva immediatamente sul cordone a risalto, alta parecchi metri dal suolo, a cui si accedeva per mezzo di un ponte levatoio.

 

All’interno della torre c’erano diversi piani collegati tra di loro grazie ad una scala coclide. Ogni piano, sostenuto da una volta ad arco, era dotato di aperture strombate con le bocche da fuoco, oggi ancora ben visibili. Terminava la sommità con una volta ad arco, su la quale spaziava un’ampia piattaforma per esplorazioni, sostenuta da beccatelli in laterizio e da piombatoie coronata tutta intorno dal cammino di ronda.

 

Nel racconto storico Venturina degli Arroni – cronaca romantica del 1499, l’autore E. Cruciani (1867) fa una descrizione accurata della rocca, non di certo discorde dal vero:

 

«Era la torre situata sul culmine del Colle, fortificata dall’arte e dalla natura. Le girava intorno una corona di merli di mole massiccia e di una spessezza notevole. A ciascun angolo una gotica torre accuminata al vertice ed all’estremità dava agio, nel vuoto della sua larghezza, a quattro o cinque arcieri di stare al coperto, e intanto per le feritoie scoccare le loro frecce. A metà della torre avanzavasi come una specie di loggia merlata a un metro circa dal muro. Questa era un ballatoio che cingeva intorno all’edificio e in comunicazione con l’interno per mezzo di aperture. Nella base speronata,e fabbricata a grosse pietre, aprivasi su ciascun lato una troniera, e nella penombra del buco vedevasi la bocca di uno di quei pezzi d’artiglieria chiamati in quell’epoca falconetti, spingardelle, spazza-campagna, di piccola portata. Un largo fosso di sei o sette metri divideva il baluardo dalla strada. Sulla sponda opposta una fitta palizzata non interrotta che nel punto dove era l’ingresso della torre e dove combina vasi la direzione dell’artiglieria. L’ingresso era difeso da un ponte levatoio».

Molte furono le vicende che trasformarono la Rocca di Colleluna e i prati che la circondavano in un teatro di sanguinose battaglie. La battaglia forse più cruenta avvenne verso la fine del 1400. In quegli anni i rancori tra Terni e Cesi, suscitati da controversie di confini e altre ragioni di liti continuavano ancora, senza interruzione. I Ternani infatti riuscirono nel 1494 ad impadronirsi della rocca di Cesi mettendo tutto a ferro e fuoco. I Cesani allora, costernati dalla ferocia delle armi straniere affidarono la rocca agli Spoletini sperando in un valoroso appoggio. Anche le altre città e rocche si sottraevano al dominio della città più vicina per favorire gli interessi di Spoleto. I Ternani sentendosi offesi nei diritti geografici intensificarono la lotta invadendo territori limitrofi. Il comune di Spoleto intervenne allora decretando guerra contro Terni e, per assicurasi la vittoria su Terni ricorse a Bartolomeo d’Alviano, seguace della parte Guelfa. L’11 giugno 1497 le truppe spoletine unitesi con la cavalleria d’Alviano arrestarono la marcia, ponendo il campo tra Terni e Colleluna. Nella notte del giorno successivo con improvviso assalto, dopo un aspro combattimento, riuscirono ad espugnare la saldissima rocca togliendola ai Ternani i quali strenuamente la difendevano.

 

Dalla fine del 1600 in poi la rocca inizio a perdere la sua importanza strategica e militare. Col passare dei secoli poi inizio ad andare in rovina.

 

Visitando la Rocca di Colleluna, o meglio, ciò che ne rimane, le parole scritte nel 1857 il Silvestri si fanno attuali:

 

«A che si è ora ridotto codesto vetusto monumento del coraggio e, direm pure, della potenza della nostra città, per trascuranza o scioperaggine di noi tardi nipoti? Quelle sue mute rovine sono loquaci abbastanza per darci umiliante risposta!»

Mi auguro che chi di dovere si operi per effettuare in breve tempo una messa in sicurezza dei resti della rocca e che, in un futuro prossimo, venga effettuato un restauro e recupero di ciò che resta della rocca.


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